Essere soli, o stare con sé stessi?

Essere soli, o stare con sé stessi?

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Meglio soli che male accompagnati, recita il vecchio detto. E in effetti, così su due piedi, sembra non avere tutti i torti. Se dobbiamo passare il tempo con chi non ci fa stare bene, tanto vale passarlo da soli…o no? Però dobbiamo anche ammettere che la solitudine non fa molto “trendy”, che spesso avere molte persone intorno vuol dire essere tipi interessanti e in gamba. Insomma, se uno ha pochi amici, probabilmente è un po’ sfigato. E fare gli sfigati non piace a nessuno ovviamente. (cosa voglia dire poi “sfigato” nessuno lo sa, ma pare non sia molto di moda). Quindi? Forse al momento attuale meglio rovesciare l’antico detto (che probabilmente ormai è fin troppo retrò) con “anche fosse male accompagnati, sempre meglio che da soli”. Che dite? Del resto oggi gli amici li possiamo anche tenere comodamente sul nostro profilo di faccia libro…giusto a fare numero. Che comunque anche avere pochi amici su facebook non è che faccia proprio onore a quanto pare. Per non parlare del numero di likes sulle foto che postiamo o sulle frasi ad effetto del nostro stato. Ecco potremmo fare così: le “male compagnie” (quelli che più di tanto poi non ci piacciono) le possiamo tenere su facebook, le altre magari le frequentiamo per davvero. E così manteniamo una buona immagine da almeno una trentina di “like”. Scherzi a parte…ma cosa significa davvero sentirsi soli? Pensate che in inglese esistono addirittura due termini per indicare la solitudine piacevole (solitude) e quella che invece provoca dolore (loneliness). Ebbene sì, pare che esista anche una dimensione piacevole dello stare da soli. Magari quella in cui sentiamo il bisogno di riflettere per conto nostro su qualcosa, senza richiedere l’opinione di altri, ascoltandoci per trovare il nostro punto di vista più autentico. Oppure quella in cui ci leggiamo un buon libro, o ci dedichiamo ad una passione tutta nostra come suonare uno strumento, ascoltare musica, disegnare…O semplicemente quella dimensione in cui non ci va proprio di vedere nessuno, e vogliamo solo goderci un po’ di silenzio o di buona musica. E da questi momenti di sana “solitude” possiamo poi tornare a goderci la compagnia…probabilmente più arricchiti di prima, con qualcosa in più da dire, condividere, raccontare. E no, non c’è nulla di sfigato in questo, anzi! Certo però, che esiste anche la solitudine dolorosa, quella che può portare pian piano una persona ad isolarsi e a sfuggire il contatto con gli altri. Alcune ricerche ci dicono che in questi casi è importante fare un piccolo sforzo, ed uscire allo scoperto. Accettare inviti da altri, mettersi in condizione di conoscere persone (un corso interessante, un centro di aggregazione, dello sport di squadra…o ciò che ci piace). E poi pian piano selezionare, perché sentirsi soli significa anche non avere compagnie che rispondano alle nostre aspettative e con cui siamo a nostro agio. Alcuni studi ci raccontano anche che chi soffre di solitudine tende automaticamente a mettere in atto comportamenti che allontanano gli altri, anche senza rendersene conto, proteggendosi per paura di essere rifiutato. A quel punto può diventare automatico interpretare in modo negativo alcuni atteggiamenti altrui…iniziando ad isolarsi sempre di più. In sostanza anche qui il famoso detto “meglio soli che male accompagnati” non vale più, perché rischiamo di sentirci sempre male accompagnati senza neanche dare una reale possibilità agli altri! Insomma, alla fine, più impariamo ad avere fiducia in noi stessi, più ne avremo negli altri, e potremo essere “bene accompagnati”.

E voi, che ne pensate?

C.C.

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