Informabus Ancona

Apprendere l’arte di amare

Sacha Moccheggiani one comments

In questi giorni in cui dobbiamo stare a casa si può cogliere l’occasione per coltivare varie passioni, come ad esempio la lettura: leggendo il libro dello psicanalista Erich Fromm “L’arte d’amare” ho trovato degli spunti interessanti per affrontare al meglio la vita in generale, ma questi giorni difficili in particolare. Nonostante il libro fu scritto nel 1956 penso che possa essere ancora utile oggi poichè parla (tra le altre cose) di temi cari all’Informabus: solitudine, alcol droghe, sesso, amore!                                 Mi limiterò a parlarvi della prima parte del libro, quella più adatta alla prospettiva del servizio Informabus

L’autore sostiene che la consapevolezza dell’essere umano della propria individualità, di sè stesso come entità separata, la consapevolezza della propria vita breve, l’impotenza di fronte alle forze della natura (come ad esempio il covid 19), e della società gli rendono insopportabile l’esistenza.
L’uomo diventerebbe pazzo, se non riuscisse a rompere l’isolamento, a unirsi agli altri uomini, al mondo esterno; pensate come staremmo in questi giorni, soprattutto chi abita da solo, se non avessimo modo di comunicare con i nostri amici ed i nostri cari.
In ogni eta’ e civiltà però l’essere umano è messo di fronte alla soluzione dell’eterno problema di come superare la separazione dall’altro.

Secondo Fromm il primo modo utilizzato dall’essere umano è la sessualità: entro certi limiti, è un modo naturale e normale di superare la separazione, e una soluzione parziale alla soluzione dell’isolamento…ma l’atto sessuale, senza amore, non riempe mai il baratro che divide due creature umane, se non in modo momentaneo. Nella nostra società l’individuo tenta di fuggire all’isolamento rifugiandosi nell’alcol e nelle altre droghe (usate anche in passato durante riti collettivi comunque finalizzati allo sperimentare una fusione col mondo), ma si sente ancora più solo quando è finito lo sballo; di conseguenza egli è spinto a ricorrere alla sostanza con sempre maggior frequenza ed intensità.

La soluzione più frequente scelta dall’uomo nel passato e nel presente però è l’unione col gruppo, il condividerne costumi, usi, pratiche e credenze; se io sono come gli altri non posso avere la sensazione di essere diverso. Sono salvo: salvo dal terrore della solitudine. Durante l’adolescenza, ma non solo, questa volontà di con-fondersi con il gruppo è particolarmente forte. 

Un terzo modo per raggiungere l’unione è l’attività creativa, sia quella dell’artista che quella dell’artigiano; in essa l’uomo si fonde con la propria materia, che rappresenta il mondo che la circonda, dunque si fonde col mondo. 

Queste tre soluzioni forniscono una risposta solo parziale al problema della solitudine; l’unità raggiunta con il sesso e droghe sono fittizie, quella ottenuta con il conformismo  è solo una parvenza di unione, mentre quella conquistata con l’attività creativa non è interpersonale.

La soluzione completa sta nel raggiungere l’unione interpersonale, nella fusione con un’altra persona, nell’amore; Il desiderio di fusione interpersonale è la passione più antica, la forza che tiene unita la razza umana. Bisogna però distinguere tra amore come la matura soluzione al problema dell’esistenza e quelle forme incomplete di amore che Fromm chiama unioni simbiotiche, in cui le due persone hanno bisogno l’una dell’altra. In contrasto con l’unione simbiotica, l’amore maturo è unione  a condizione di preservare la propria integrità, la propria individualità: nell’amore due esseri diventano uno, ma restano due.  L’amore è un sentimento attivo dell’uomo, una  conquista; amore è soprattutto dare, che non significa cedere, privarsi di qualcosa, sacrificare. Dare è la più alta espressione di potenza. Nello stesso atto di dare, io provo la mia forza, la mia ricchezza. Dare dà più gioia che ricevere perchè in quell’atto ci sentiamo vivi. La sfera più importante del dare non è quella delle cose materiali, ma sta nel regno umano. Una persona dà all’altra sè stessa, ciò che possiede di più prezioso, dà una parte della sua vita, ciò che ha di più vivo in sè: la propria gioia, il proprio interesse, il proprio umorismo, la propria tristezza…                                                                                                          Nel dare con generosità non si può evitare di ricevere ciò che viene dato di ritorno. Dare significa fare anche dell’altra persona un essere che dà, ed entrambi dividono la gioia di sentirsi vivi. Nell’atto di dare nasce qualcosa, e un senso di mutua gratitudine per la vita che è nata in loro unisce entrambe. L’amore è una forza che produce amore. Aldilà dell’elemento del dare, il carattere attivo dell’amore diviene evidente nel fatto che si fonda sempre su certi elementi comuni a tutte le forme di amore: la premura, la responsabilità, il rispetto e la conoscenza. L’amore non è un sentimento al quale ci si possa abbandonare senza aver raggiunto un alto livello di maturità. Come tutte le altri arti, anche quella dell’amore richiede prima di tutto profonda conoscenza, rispetto ed interesse, responsabilità e massima attenzione; è un lungo percorso quello attraverso il quale si può apprendere l’arte d’amare.

In questo periodo di reclusione possiamo riflettere su questi concetti, e provare a metterli in pratica con i familiari, ma anche con amici e fidanzate/i via telefono e via social, aspettando il giorno in cui potremmo tornare ad uscire liberamente ed incontrarli.

Che fare tutto sto tempo a casa? Giochiamo a Pandemia?

Sacha Moccheggiani one comments

In questi giorni difficili, in cui dobbiamo stare a casa praticamente tutto il tempo, possiamo cogliere l’occasione per fare cose che non abbiamo tempo di fare solitamente, o a cui non riusciamo a dedicare tutto il tempo che vorremmo: leggere, disegnare, scrivere, suonare uno strumento, fare ginnastica, yoga, meditazione, vedere film serie tv e tante altre cose, tra cui riscoprire il piacere dei giochi da tavolo.
Nell’era dei video games e dei giochi on-line, che possono anche essere fonte di dipendenza (le cosiddette dipendenze tecnologiche) vi proponiamo i vecchi e genuini, sani giochi da tavolo.
Proprio quest’ultima idea ci dà lo spunto per consigliarvi un qualcosa di particolare e istruttivo da fare. Perché il gioco da tavolo può anche essere una cosa seria; negli ultimi anni infatti sono entrati in scena sul mercato giochi da tavolo più impegnati, calati ognuno in un’ambientazione ben definita e con meccaniche di gioco ben strutturate. Tra questi, vi proponiamo il gioco da tavolo Pandemia. Avete capito bene, un gioco sulle pandemie e le malattie, funziona così: la plancia di gioco raffigura il mondo, scosso da quattro malattie potenzialmente letali, ognuna delle quali imperversa in una specifica zona della Terra. Ogni giocatore (da 2 a 4) riveste i panni di uno dei cinque ruoli possibili, tra responsabile trasporti, medico, scienziato, ricercatore ed esperto delle operazioni. Insieme si dovrà collaborare per trovare la cura a ogni malattia e debellarla.  

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Ma parliamo un po’ del gioco in sè. Lo scopo è quello di trovare tutte e quattro le cure alle malattie (rossa, gialla, nera e blu). Per farlo, il giocatore deve avere in mano 5 carte città dello stesso colore della malattia che vuole curare e recarsi in una stazione di ricerca. Ogni giocatore, però, può eseguire fino ad un massimo di quattro azioni e alla fine di ogni turno si dovranno pescare 2 carte dal mazzo giocatore ed un numero di carte variabile dal mazzo contaminazione. Ogni carta contaminazione indica in quale città posizionare 1 cubetto malattia. Se, pescando le carte giocatore, trovate una carta epidemia, dovrete posizionare 3 cubetti malattia in una città. Se in quella città fossero già presenti altri cubetti, si arriva a un focolaio, posizionando un cubo malattia di quel colore in ogni città collegata alla città di partenza. Come avrete capito, è una corsa contro il tempo: servono 5 carte città dello stesso colore per trovare la cura alla malattia. Riuscirete a vincere?

Ve lo avevamo detto, i giochi da tavolo sono una cosa seria. Calarsi nei panni di medici, scienziati e ricercatori, anche solo per gioco, può far rendere l’idea di quanto complessi, importanti e soddisfacenti siano questi lavori e di quanto oggi medici e professionisti italiani stiano faticando per combattere il Coronavirus Covid-19. Per questo, il gioco Pandemia non è molto consigliato per i bambini, meglio per i ragazzi ma anche per gli adulti. Una cosa è certa: dopo aver giocato, sia che abbiate vinto sia che abbiate perso, troverete un motivo in più per stare a casa e seguire le direttive sanitarie, garantito.

block o black friday?

Sacha Moccheggiani No Comments

Cambia solo una lettera, ma aderire ad uno o a l’altro, cambia eccome!  Sono passate circa 3 settimane da quel venerdi in cui siamo stati bombardati da pubblicità di sconti che a volte in realtà si estendevano non solo per un giorno, bensi per una settimana intera, ed anche oltre. Questo era il black friday, moda importata dagli Usa che porta i suoi seguaci più estremi a passare le notti precedenti alle mattine in cui iniziano gli sconti davanti agli ingressi dei centri commerciali; tutto pur di non lasciarsi sfuggire i prodotti tanto desiderati. 

 

Sui social network invece alcuni proponevano un venerdi alternativo a quello del consumo, anzi, opposto. Si, perche’ consumo di oggetti, significa anche incremento di rifiuti, e quelli tecnologi sono estremamente inquinanti ed impattanti sull’ambiente che ci ospita. Il block friday ha visto scendere in piazza in molte città europee i giovani che da più di un anno protestano contro l’emergenza climatica, questa volta contro il consumismo. Tu da che parte stai?

Corpi modificati

Sacha Moccheggiani No Comments

Quante persone conoscete che hanno piercing, tatuaggi?
Che si sono sottoposte ad interventi di chirurgia plastica (senza motivazioni mediche) o che praticano body building? Tutte sono accomunate dal bisogno di modificare il proprio corpo.

Fino a qualche anno fa si trattava di pratiche riservate a poche persone, spesso appartenenti a culture sotterranee, ora invece sono molto più diffuse. Anche se meno frequenti, si stanno diffondendo anche attività più estreme come scarificazioni, impianti di canini vampireschi , impianti sottocutanei, tatuaggio della sclera (parte bianca del bulbo oculare), biforcazione della lingua etc…

Che tempi….dirà qualcuno, ma in realtà le prime tracce di queste usanza risalgono risalgono a più di 11500 anni fa e le finalità erano marcare riti di passaggio all’età adulta, o per indicare appartenenza ad un gruppo; se ci pensiamo bene anche oggi a volte le motivazioni sono le stesse. Non è forse per assomigliare a qualcuno o per differenziarsi da qualcun altro che si effettuano queste pratiche? In questo caso sembra trattarsi di una spinta esterna che conduce la persona alla modificazione corporea. Sembra di tornare ai riti di passaggio tipici delle società tribali, osserverebbe un antropologo…

Altre volte invece sembra che l‘impulso venga dall’interno; può trattarsi di un modo per ricordare, incorporare, una storia o un particolare evento. In altre occasioni qualcuno utilizza una di queste consuetudini per superare una fase difficile, affronta la sofferenza con la sofferenza. La soglia è labile tra questo atteggiamento e chi modifica il proprio corpo per esprimere un disagio (che a volte sfocia in comportamenti autolesionisti).

Ad ogni modo si tratta di una forma di espressione della propria identità ed individualità. Sono corpi che parlano, che esprimono tutto ciò che possono; opinioni, credenze, atteggiamenti, scelte, progetti emozioni che affiorano da sotto la pelle.

Secondo alcuni studiosi si modifica il proprio corpo per la difficoltà di rappresentare quello che si è vissuto e che spesso brucia ancora – le parole e i pensieri vengono rimpiazzati da azioni sul corpo e a volte contro il corpo. Voi che ne pensate? Sul camper Informabus si può parlare anche di questo; vi aspettiamo!

Incidenti e limiti

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In Italia gli ultimi 3 fine settimana sono stati tragici per quanto riguarda gli incidenti stradali notturni; 24 giovani sono morti e 47 sono rimasti feriti in 27 incidenti gravi. Ci eravamo illusi di esserci lasciati alle spalle questi episodi. Dopo l’abbassamento da 0,8 a 0,5 della soglia massima di alcolemia nel sangue nel 2001, dopo l’istituzione della patente a punti nel 2003 e le norme più restrittive su alcol e guida del 2010 (sopra l’1,5 g/l c’è la confisca del mezzo)  effettivamente la situazione era migliorata. Anche in seguito a campagne informative e  preventiva come quella che l’Unità di Strada Informabus ha svolto negli anni, oltre che a più numerosi controlli etilometrici che avevano portato al sequestro di tante patenti c’era una maggior attenzione alla guida responsabile.

Negli ultimi anni invece l’attenzione sul tema è scemata ed è comparso anche un nuovo rilevante fattore di rischio: l’uso del cellulare alla guida. Guidare stanchi, sballati, mentre si guarda il telefonino diventa veramente impegnativo ed estremamente pericoloso.. Oltre a questo sembra esserci anche un’ulteriore questione: il contrasto tra, da un lato la necessità di limiti di velocità, di alcolemia e dall’altro la contemporanea tendenza alla dissoluzione del concetto stesso di limite.  Siamo infatti in un’era in cui limiti spazio-temporali sembrano essere concetti quasi obsoleti, o comunque in divenire. Ad esempio, ormai da qualche anno a questa parte puoi parlare con una persona e vederla sullo schermo anche se abita dall’altra parte del pianeta, in tempo reale. Qualche decennio fa questa opportunità sarebbe apparsa impossibile, forse anche inimmaginabile.


La cultura promossa da molte pubblicità di telefonia ed altre tecnologie varie è quella del NO LIMITS, ma i limiti invece sono fondamentali per la vita. Magari vanno spostati, ma non spazzati via. I giovani si trovano tra questi 2 poli opposti; entrambi li chiamano a sè, uno da una parte, l’altro dall’altra, li tirano fino  rischiare di lacerarli. Lacerati proprio come i corpi devastati dagli incidenti stradali. L’Unità di Strada Informabus del Comune di Ancona da 15 anni ormai dialoga con i giovani anche su questi temi. Vi aspettiamo per continuare a confrontarci!

Teste alte

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Tempo di festività e tempo di vacanze. Giornate ricolme di cose da fare: regali, incontri con amici, partite a carte a casa di quello o di quell’altro, cene, pranzi, danze…uh mamma!
Per chi studia sono 2 settimane di stacco importanti, da investire in cose belle da condividere con i familiari e soprattutto con gli amici. C’è più tempo per poter stare insieme, per poter fare le cose con più calma. Una bella chiacchierata, che parte da un argomento e va a finire chissà dove. Che gusto. Questo è veramente salutare, godersi il tempo insieme, senza essere influenzati dall’orologio.
Magari lasciando anche un po’ a riposo il nostro fedele smartphone. Lasciarlo lì, in standby…avrà anche lui diritto ad un po’ di relax, no? Già, sarebbe bello riuscire a farne senza per un po’. Ormai guardiamo nei display ogni istante della giornata; notifica whatsapp, notifica facebook, notifica instagram, notifica sms (ormai in disuso), notifica snapchat…
Come si può stare inermi di fronte ad un’ esplosione di notifiche tra suoni e barre ricolme di icone? Non ce la facciamo perché ci sembra di perderci qualcosa, dobbiamo essere presenti, vivi virtualmente, con le dita pronte a digitare più caratteri possibili in poco tempo. L’attesa della risposta poi ora si è ridotta a pochi secondi. Qualcuno in più e già pensiamo “ma quanto ci mette?!”
E’ così, e per quanto se ne dica tutti ne siamo più o meno coinvolti. Allora come fare? E’ davvero troppo? Certo è che spesso si perdono tante cose a causa di un utilizzo esagerato dello smartphone: uno sguardo di una persona, un panorama, un sorriso ed è proprio un peccato perdersi queste cose.
Quindi compiti per le vacanze…gustarsi il tempo che si ha, TESTE ALTE e incrociare gli sguardi altrui. Siamo pronti a farlo? Dai poi ci raccontate come è andata quando salirete sul nostro camper!
Tanti auguri di buone Feste e occhio alle notifiche.. 🙂

GAP: gioco d’azzardo patologico

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Bim bum bam alle ventitré!

La conta per chi cominciava un gioco, un momento che ci teneva col fiato sospeso da piccoli, suspense e adrenalina nello stesso momento. Lasciavamo che il “caso” o la “fortuna”, decidete voi, decidesse per noi.

E’ ciò che succede quando si gioca d’azzardo. Non c’è tanta abilità da mettere in campo, si lascia che la fortuna o sfortuna giochi per noi. Un pulsante, una grattata, 5 numeri…ecco la nostra unica abilità. Ma cosa spinge a giocare a questo se poi di gioco ce n’è davvero poco? La risposta è semplice se pur cinica: la posta che c’è in palio.

Se esce un certo tipo di combinazione potrebbe cambiare la nostra vita…wow con 2 euro vincere uno stipendio da qui a 20 anni.

Ma spesso questi giochi diventano sfogo per disagi preesistenti, e diventano essi stessi un’ossessione compulsiva. Si gioca sempre di più, insistentemente, si giocano stipendi in pochi minuti alla ricerca di quel brivido che è la vincita.

Negli ultimi anni questo tipo di fenomeno si è allargato notevolmente ed è diventato oggetto di studi attenti e specifici con l’obiettivo di arginarlo e in qualche modo prevenirlo.

Qui ad Ancona il 24 novembre pv presso il Ridotto del Teatro delle Muse di Ancona ci sarà un convegno che avrà come tema proprio questo: il gioco d’azzardo patologico.

Si cercherà di fare il punto sulla situazione nazionale e regionale e come ci si stia muovendo per fronteggiare un fenomeno ormai molto radicato in tutti le fasce di età e in tutte le categorie.

informabusancona.it/convegnogap2016

Immondizie aMare…

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Lui si chiama Boyan Slat, e ha 21 anni. A soli 18 anni ha avuto un’idea geniale sulla pulizia degli oceani da tonnellate e tonnellate di plastica. Eh già, chiuso nella sua camera di studente, ha deciso di concentrarsi su un modo di migliorare il pianeta, di aiutare l’ambiente. E c’è riuscito alla grande a quanto pare! Pensate che ci sono già  enormi isole di plastica che ingorgano gli oceani, e solo nel Pacifico ci sono 150 mila tonnellate di rifiuti in plastica!! La situazione è così preoccupante che senza alcun intervento pare che nel 2050 gli oceani arriverebbero a contare più pezzi di plastica che pesci. E Boyan, è riuscito ad inventare un metodo che, sfruttando le correnti marine, riuscirebbe a convogliare i rifiuti in un unico punto, riducendo a pochi anni il tempo di pulizia delle acque. Tempo che, senza un metodo specifico, potrebbe ammontare a circa 79 mila anni!!!! Insomma le cose andrebbero giusto un po’ alla lunga e considerata la quantità di rifiuti che continuiamo a scartare e a buttare in mare, ci troveremmo a nuotare ben presto nell’immondizia. E questo cosa c’entra con noi? Boyan ha utilizzato per caso qualche strana sostanza stupefacente per raggiungere questa illuminazione? No, non ci risulta. Ma ci piace dare la buona notizia di un ragazzo giovanissimo che ha deciso di impegnare gran parte delle sue energie per migliorare il destino del pianeta. Ci piace l’idea di andare contro tendenza rispetto a tutte le cattive notizie che ci arrivano ogni giorno dal telegiornale che ci bloccano la digestione e ci fanno pensare che viviamo in un mondo davvero tremendo e ci mantengono quella sensazione fastidiosa e pungente di pessimismo cosmico latente. Quella sensazione del “ma tanto ormai cosa ci vuoi fare, siamo fregati il paese va così, il mondo va così, la scuola va così che vita grama che grama vita”. Beh, comprensibile un po’ di sconforto quando non fanno altro che raccontarci di eventi tragicomici, o tragici, o catastrofici (di solito si suddividono così le notizie). Alla sezione notizie nazionali/politica interna pensi: “basta, espatrio”. Passato alla sezione notizie internazionali, pensi “magari, vado a bere, che anche espatriare non serve”. Scherzi a parte queste notizie positive ci piacciono perché sfatano il mito del “non è possibile” e ci fanno capire che se mettiamo energia e creatività in qualcosa che ci sta veramente a cuore possiamo fare molto, e anche ritrovare un sacco di bell’ottimismo! Certo non è che dobbiamo salvare il pianeta da soli ma anche qualcosa di più piccolo, tipo un’operazione di pulizia della spiaggia vicino casa, per cominciare può già darci soddisfazione.

Per quanto riguarda il nostro Boyan, lui si è spinto un po’ oltre…non solo ha avuto un’idea geniale (molto più geniale di facebook per intenderci, anche se magari gli renderà meno soldi…) ma poi si è impegnato per renderla realizzabile. Perché le grandi idee le realizzano spesso dei sognatori che credono nelle visioni che hanno, soprattutto quando sembrano così difficili da realizzare. Boyan ha creato un’associazione, che si chiama The Ocean cleanup, e attraverso il crowfunding ha raccolto i soldi per iniziare il progetto: circa un milione e mezzo di euro! Ora finalmente i lavori stanno iniziando e noi facciamo a tutta l’equipe un enorme in boccallupo o in culo alla balena, come si dice!!!

E voi, avete qualche idea che vi piacerebbe realizzare?

C.C.

Liberi liberi siamo noi…

informabusancona No Comments

Libertà!!!!! Grida  William Wollas mentre lo stanno quasi per uccidere…libertà, al di sopra di ogni cosa, anche della propria sopravvivenza. Chi non ha mai visto Braveheart? Certo il film è un po’ datato ma di quelli che almeno una volta nella vita vanno guardati…Roba d’altri tempi. Combattere in battaglia fino all’ultimo, perché chi combatte può morire, ma vivere da schiavi è la peggiore delle  morti. Uh mamma mia che pesantezza…state già tornando a leggervi “le più belle frasi di Osho” su faccialibro per sdrammatizzare? (per chi non lo sapesse, una parodia tutta da ridere sul Maestro Osho). Del resto queste lotte all’ultimo sangue contro la schiavitù non sono roba dei nostri giorni, insomma, per lo meno non della nostra quotidianità…lasciamole a Wollas, o magari agli anni settanta. Che già erano meno impegnativi dell’epoca di William, si ballava nel fango, si fumavano un sacco di spinelli, si sbraitava un po’ per le strade, per poi tornare al mood peace e love (in America), o anche “volemose bene” a Roma. Certo la situazione era bella movimentata, del resto il decennio era partito un po’ così, non aveva fatto in tempo a iniziare e già erano morti Jimi Hendrix, Jim Morrison, Janis Joplin, era davvero un po’ troppo. Forse Woodstock aveva portato un po’ sfiga, del resto con tutta quella pioggia le premesse non erano buone. Ma negli anni successivi la libertà comunque resta un tema importante, di tante piccole e grandi lotte, pacifiche, armate, fatte di musica, di arte, di follia, di manifestazioni di gente che urla, che medita, che si veste in modo improbabile giusto così, per dire “io faccio come c…. mi pare” come appunto ci consiglia Osho in una delle migliori frasi della nuova pagina (postuma). E oggi? Beh, la storia di fare un po’ come cavolo ci pare resta sempre abbastanza in voga, perché la libertà è un tema che ci appartiene, in tutte le epoche, a tutte le età. Anche libertà piccole, quotidiane, di uscire la sera, di frequentare chi vogliamo, di vestirci come ci pare, di fare quello che ci va di fare… Ecco magari (ma solo magari) al momento c’è un pochino meno di pathos rispetto ai decenni passati, insomma non c’è poi tutto sto bisogno di sbraitare, di manifestare in giro, di fare tutto questo gran casino per chiedere questa libertà. Del resto tutti questi anni di rotture di scatole (si fa per dire) ci avranno pur lasciato qualcosa: se prima era un problema anche mettersi una minigonna, adesso basta accendere la televisione e sono tutte con il sedere all’aria alla faccia delle minigonne! Insomma ne abbiamo fatti di passi da gigante, altro che Woodstock. Se decidiamo di farci una cresta fucsia in testa magari i genitori non saltano di gioia, ma di fatto a parte qualche sguardo perplesso per strada, non avremo troppe rotture di scatole. Abbiamo tutta l’informazione libera del mondo su internet e possiamo viaggiare come ci pare e piace (parlo di noi popoli fortunati occidentali…), credere nella religione che ci pare, scegliere il nostro punto di vista politico, o anche non sceglierlo che tanto quelli vanno avanti tranquilli da soli senza elezioni (e cosa questa abbia a che fare con il concetto di libertà è da vedere). Certo restano alcuni doveri e limiti ovviamente. Ma forse possiamo sederci tranquilli e smettere di stare a preoccuparci tanto di questa fantomatica libertà. O forse l’abbiamo già fatto. Ma ci siamo mai chiesti cosa voglia dire per noi essere liberi? Un tizio diceva che il genere più importante di libertà è sentirsi liberi di essere ciò che siamo davvero. Beh è una libertà interessante, perché siamo solo noi a potercela concedere. E in effetti c’è poco da sbraitare e da manifestare, perché la libertà dalla paura del giudizio altrui e dalla necessità di adeguarsi a quello che ci raccontano i media, le mode, le politiche, è un tipo di libertà che nessuno ci può togliere, e nessuno ci può dare. E conquistarcela può essere un po’ difficile, ma anche molto divertente, e ne vale davvero la pena! Ed è anche possibile che una volta conquistata dentro, questa libertà, ci rendiamo conto che fuori qualcosa continua a starci stretto, a non appartenerci e magari, a modo nostro, senza sbraitare, torneremo a “manifestare”, per strada, a casa, o dove ci pare, semplicemente creando e proponendo ciò che ci piace, la nostra visione di libertà. Voi che ne pensate?

C.C.

M’amo o non m’amo…

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M’ama…. non m’ama…. m’ama…..non m’ama…. e così via finché i petali della povera margheritina non saranno finiti. E dopo aver adeguatamente spulciato la povera innocente, se la risposta non ci piace, ricominciamo da capo con un altro malcapitato fiorellino. Beh…avete ragione questo è un metodo antiquato e oggi ormai ci sono le app o qualche strano sito che magari inserendo semplicemente i nomi del nostro lui/lei ci daranno il responso sul nostro destino amoroso. Il tempo passa, ma certe cose, in fondo, non cambiano poi molto. L’innamoramento, margheritina o app che dir si voglia, da sempre gli stessi sintomi…le farfalle allo stomaco…magari un certo nodo alla gola…e quella sensazione di attesa in cui si mescolano l’euforia e l’ansia…la sensazione di volare alto mista alla paura di non avere un paracadute…Emozioni dei primi tempi, di qualcosa di nuovo che nasce dentro di noi e che ci spinge verso qualcuno, ci porta a sognare, a desiderare, con un’intensità di cui raramente siamo capaci. E questo desiderio può portarci gioie e dolori, euforia e tristezza e catalizzare una gran quantità delle nostre energie. Certo, esistono poi anche tante situazioni in cui tutto scorre liscio, non servono le margheritine (“petalose”) da “spetalare”, ci si incontra entrambi colpiti dalla freccia di cupido nello stesso istante, e vissero tutti felici e contenti. Queste situazioni magari fanno meno audience, e sicuramente non le troveremo raccontate in qualche film o best seller di successo. Manca la suspense. Niente tragedie, mirabolanti montagne russe emozionali, abbandoni e ritrovi appassionati…insomma che noia che barba. Chi andrebbe a vedere un film dove non ci sono colpi di scena, lacrime e poi sorrisi, furiosi litigi e poi momenti di quiete idilliaca? Tuttavia non sempre ci va di vivere in un film, a meno che non abbiamo scelto di fare gli attori e non puntiamo ad Hollywood e vogliamo allenarci nel frattempo anche nella quotidianità, così giusto per non perdere lo spirito di avventura. Probabilmente in realtà anche i divi di Hollywood a casa si mettono in pantofole e cercano un po’ di calma dopo aver inseguito qualche mostro alieno o aver giocato a 007 o chi più ne ha più ne metta probabilmente non hanno troppa voglia di altre tempeste emozionali. Quando poi le tempeste emozionali non ci vanno e ci ritroviamo sempre in una miriade di alti e bassi, forse, a volte, conviene prendere la famosa margheritina e farsi una domanda diversa: “mi amo…non mi amo…” Oppure lasciare perdere la margheritina e semplicemente (si fa per dire) chiudere un attimo gli occhi per farsi questa domanda e cercare di trovare dentro di noi la risposta. Sembra facile! Ma alle volte scatta in noi un desiderio o un sentimento così forte che ci fa dimenticare piano piano anche di quelle che sono le nostre esigenze, di quello che realmente ci fa stare bene. L’amore si sa, è una forza tempestosa e coinvolgente, e questo è anche il suo fascino. Guai se volessimo ingabbiarlo in qualcosa di statico o tiepido come diceva la nonna al cuor non si comanda! E qualche tempesta emozionale ci sta, perché le emozioni sono qualcosa di meraviglioso, che ci rende vivi. Però è anche bene mantenere una piccola spia di controllo. Insomma ascoltare quella vocina dentro di noi che comunque ci ricorda di amare prima di tutto noi stessi, perché soltanto così riusciremo davvero ad amare qualcun altro. E anche a vivere l’amore in modo gioioso e costruttivo. E quando proprio ci rendiamo conto che nonostante tutto, nonostante le tempeste, i malumori, i malori, il nodo allo stomaco che si protrae un po’ troppo a lungo (viene dopo le farfalle, quando quelle si sono stufate di svolazzare e se ne sono andate da un pezzo insieme alla margherita spetalata, ma l’ansia resta), il desiderio di stare con quella persona è inestinguibile, magari chiediamoci cosa ci spinge a restare lì. Perché come sappiamo esiste anche la dipendenza affettiva oltre a quella da sostanze, ed è importante saperla riconoscere. Saper riconoscer quando l’amore diventa distruttivo e inizia a farci del male perché in quel caso, forse, potrebbe trattarsi di qualcos’altro, e forse potrebbe essere il caso di tornare alla seconda domanda, e lavorare sull’amore per noi stessi. Beh, non è sempre facile, e di sfumature ce ne sono tante, perché i sentimenti non si inscatolano, per fortuna!! Voi che ne pensate??

Veniteci a dire la vostra sul camper, vi aspettiamo!!

C.C.